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Vive di nulla, ma per sempre

08.03.2019

Il semprevivo maggiore (Sempervivum tectorum L.) è una delle poche specie succulenti della Svizzera. Come i cactus, immagazzina l’acqua nei propri tessuti riuscendo così a sopravvivere a lunghi periodi di siccità. Usata sin dall’Antichità come pianta ornamentale, medicinale e magica, cura dalle affezioni cutanee e congiuntivali e, secondo le leggende, protegge dai fulmini i tetti sui quali cresce.

Il nome generico di questa rappresentante della famiglia delle Crassulaceae significa in latino "sempre vivo", in allusione alla sua capacità di resistere in ambienti molto ostili; mentre l’epiteto specifico, tectorum, si riferisce al fatto che cresce facilmente sui tetti di case e stalle dove spesso era piantato. In italiano è chiamato semprevivo maggiore, semprevivo dei tetti e talvolta anche barba di Giove, forse a causa della somiglianza dei fiori con la sua barba o per la facoltà della pianta di proteggere dai fulmini scagliati dal dio romano sulla terra.
Pianta succulente perenne, il semprevivo maggiore ha foglie carnose, adattate a immagazzinare l’acqua, disposte a rosetta di colore verde o glauco, talvolta porporine soprattutto verso la punta, lunghe fino a 5 cm, acuminate e pungenti all’apice e con margine ciliato. La rosetta principale emette numerosi stoloni che producono rosette secondarie, formando dei cuscinetti di rosette talvolta anche di grandi dimensioni. Il gambo fiorifero può raggiungere 60 cm ed è densamente fogliuto. I fiori di colore rosa carminio scialbo, dal diametro di 2-3 cm, sono muniti di 12-13 petali acuminati e organizzati in infiorescenze ramificate che si srotolano agli apici come code di scorpione (si parla infatti di cime scorpioidi). A dispetto del suo nome, semprevivo, si tratta di una specie monocarpica: ogni rosetta fiorisce una volta sola e, come è il caso per le agavi, muore dopo la fioritura. Fiorisce tra giugno e settembre. In Svizzera esistono 5 specie di Sempervivum, alcune delle quali assai rare.
Specie delle montagne sud europee, è diffusa nei Pirenei, nel Massiccio Centrale, nelle Alpi (fino alle alpi Dinariche) e nell’Appennino. Introdotta come specie ornamentale nel resto dell’Europa, si è inselvatichita dalla Scandinavia all’Irlanda. Cresce in ambienti aridi e soleggiati, nelle rupi, nei muri, sui tetti, su pendii e prati secchi dai suoli minerali sia silicei che calcari, dalla fascia collinare a quella subalpina. È protetta nei cantoni di Ginevra, Vaud, Giura, Obwaldo e Turgovia.
Per il contenuto in tannini e mucillagini, acidi organici e sali minerali, il semprevivo maggiore e le sue congeneri erano usate per il trattamento di affezioni cutanee come ad esempio le ustioni o le punture di insetti e, sotto forma di collirio, contro la congiuntivite. La specie è anche commestibile e può essere consumata sia cruda che cotta.
Per la sua reputazione di specie che protegge contro i fulmini, Carlo Magno ordinò di piantarne su ogni tetto dell’impero attraverso il suo Capitulare de villis o "Decreto sulle ville", che disciplinava le attività rurali, agricole e commerciali dell’epoca. Pare che bruciandone le rosette sul fuoco all’avvicinarsi di un temporale, l’effetto anti-fulmine fosse addirittura potenziato.
Sui tetti, i fiori di semprevivo servivano anche da oracolo: se erano rossicci annunciavano eventi felici agli abitanti delle case, se invece erano bianchi si prospettava la morte di un parente. Indipendentemente dal colore dei suoi fiori, era credenza che i muti che toccavano le piante avrebbero riconquistato la facoltà di farsi comprendere. Più in generale si riteneva che il semprevivo proteggesse dalla stregoneria e difendesse dalla rovina.

Testo e foto: Nicola Schoenenberger
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